IA, il sociologo Derrick De Kerckhove: «L'uomo quantistico cambia il modello di pensiero»

Derrick De Kerckhove è un sociologo, scrittore e massmediologo canadese. Direttore scientifico di Media Duemila e a lungo docente presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e il Politecnico di Milano, ha diretto dal 1983 al 2008 il McLuhan Program in Culture & Technology dell’Università di Toronto. È conosciuto come uno dei massimi esperti di nuovi media. L’erede di Marshall McLuhan, lo studioso della frase: «Il medium è il messaggio».

 

Chissà cosa avrebbe detto l’autore di “Il villaggio globale”, dello sviluppo dell’intelligenza artificiale, oggi?
«Sicuramente vedrebbe il grande pericolo, ma anche il grande cambiamento nella nostra civiltà. Dall’IA scaturirà qualcosa di incredibile: la possibilità che il linguaggio esca dalla mente umana per essere limitato all’oralità e non più alla scrittura. È inutile, oggi, chiedere a uno studente di leggere: c’è una macchina che lo fa per lui. A cosa serve una penna? A cosa serve leggere? Per me era e resta un piacere. Ma i ragazzi leggono solo brevi messaggi di testo. Se devono sedersi e concentrarsi per più di tre minuti, si rifiutano».
Una rivoluzione?
«Sì, come è successo con la scrittura silenziosa di Sant’Ambrogio, descritta da Sant’Agostino nelle sue Confessioni. Se tu non leggi, non crei più nella tua mente un laboratorio di conoscenza. Se tutte le grandi funzioni cognitive sono esternalizzate, all’interno non resta più niente. Si torna insomma a una cultura orale, e non più scritta, grazie al digitale».
E questo è un problema?
«È un passo in avanti troppo veloce per la sanità mentale della società. Perché è in atto una vera crisi di conoscenza, di senso. Non è soltanto una crisi politica ed economica. Tutte le regole sono state ribaltate da Donald Trump. C’è ignoranza sulla salute del pianeta e anche sull’economia globale. Siamo oltre le regole di base, che ti permettono di sopravvivere».
E questo è anche colpa dell’IA?
«No, è colpa dell’uso degli algoritmi, che sono una parte del problema. L’intelligenza artificiale è una grande parola che copre un sacco di funzioni. L’IA ha due facce, quella di “serva” quando aiuta altri sistemi e facilita lo studio; ma poi diventa “padrona” quando diventa generativa creando le cose, assumendo funzioni proprie dell’essere umano».
Lei usa l’intelligenza artificiale?
«Tutti lo fanno, anche e soltanto per vedere quando arriva l’autobus. L’intelligenza artificiale prende il posto di memoria, ragionamento, immaginazione, orientamento, giudizio. E tutto questo viene ripreso, aumentato e migliorato dall’intelligenza artificiale».
Le fake news sono una derivazione di questo cambiamento? 
«Assolutamente. Non costano nulla e si possono distribuire gratuitamente a chiunque. Puoi dire tutto ciò che ti viene in mente, pubblicarlo subito sulla rete e diffondere fake news. Non c’è alcuna verifica».
Deriva da qui la crisi dell’informazione?
«No, quella viene dalla crisi del senso. Il senso comune. Il buon senso. La gente non ha più gli stessi riferimenti, gli stessi modi di pensare. Si riflette di meno, si sente di più. Ci si arrabbia più facilmente e si condivide la rabbia».
L’IA è anche un’opportunità che l’Europa sta perdendo per strada?
«L’Europa è cauta e non interferisce nella competizione tra Cina e Stati Uniti. Il problema però è che l’intelligenza artificiale è lì per restare. Per prendere il potere del linguaggio, prendere il potere del nostro sistema operativo. E questo fa sì che superi il dialogo umano. La cultura dei modelli prende il sopravvento su quella delle parole».

Come uscirne?
«Penso che la cultura quantistica, che mi interessa molto in questo momento, possa arrivare a moltiplicare le risorse intellettuali. Ho scritto un libro proprio sull’Uomo quantistico (pubblicato da Rai Libri, ndr). Che cosa è l’uomo quantistico? È una persona che comincia a capire che le certezze della fisica classica non sono più così scontate. Abbiamo imparato durante la cultura alfabetica a sviluppare tutte le scienze umane, e le grandi scienze di base, e la fisica classica. Questa fisica classica ci dice che il mondo è permanente. È iniziato con il Big Bang, continua fino a ora, non si sa quando finisce, è predeterminato. La fisica quantistica dice che, alla base, la determinazione non esiste. Per tutto c’è un cambiamento, tutto è energia, non materia, tutto è movimento e tutto è un flusso. L’uomo quantistico è quello che cambia modello di pensiero per rispondere a un obiettivo sempre più pressante, urgente: la salvezza del pianeta e non più semplicemente dell’umano».
L’intelligenza artificiale è un nemico? È un alleato?
«La trasformazione digitale ha prodotto due cose. Da una parte ha tradotto tutta la materia in informazioni, in dati. E dall’altra ha insegnato alla cultura in generale, alla gente, a usare questi dati. Ci si aspetta che la tecnologia quantistica usi questa enorme mole di informazioni sempre più strutturate, come nel large language model, nell’intelligenza generativa. Il quantum ti permette di studiare simultaneamente tutte le conseguenze possibili di una decisione o di un evento. Si tratta di una intelligenza infinitamente più potente, rispetto a quello che abbiamo oggi».
E questo potrebbe rappresentare un pericolo ulteriore?
«Sì, perché l’uomo non capisce mai cosa vuol dire, questo è il pericolo. Non è la macchina, è l’uomo che è stupido. E può usare le macchine male. Ormai siamo in una transizione, una transizione molto penosa, però ne usciremo. Io ne sono certo, l’ho visto. Sto studiando la storia dell’umanità dalla preistoria a oggi. E ho capito che ogni volta che muta un grande modello di comportamento, cambia tutto».
Può essere una transizione violenta?
«Sì e in modi sempre diversi rispetto alle epoche precedenti. L’orrore della guerra dei cento anni è ancora nella memoria di tutti, ma nessuno ha capito che è stata l’invenzione della stampa a creare scismi, dissensi, guerre di potere per la religione».
In definitiva, l’IA è buona o cattiva?
«È un’invenzione straordinaria perché sta apprendendo il linguaggio umano. E il linguaggio è lo strumento di creazione più completo che abbiamo inventato, molto più potente di qualsiasi codice. È stata la scrittura a permettere di mettere ordine a tutta la conoscenza e le istituzioni umane. Era il sistema operativo dell’Occidente. Oggi l’Occidente è in crisi, ma non è detto che lo resti per sempre».

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