Non più solo antenne e fibra. Oggi il futuro della telecomunicazione passa anche attraverso data center, supercomputer e una sovranità digitale sempre più necessaria. Ne è convinto Walter Renna, amministratore delegato di Fastweb+Vodafone.
Renna, quando si parla di futuro digitale si pensa alla connettività, ma nell’epoca dell’IA come cambia il ruolo delle telco?
«Le reti sono fondamentali ma non più l’unica infrastruttura per lo sviluppo digitale del Paese. Fino a qualche tempo fa investivamo principalmente in antenne e fibra, il nostro valore si misurava in velocità e prezzo. Oggi servono data center, sicurezza informatica e, con l’intelligenza artificiale, potenza di calcolo. Cloud e cybersecurity sono diventati il cuore e l’infrastruttura su cui si appoggiano banche, ospedali, pubblica amministrazione, aziende manifatturiere».

Walter Renna, amministratore delegato di Fastweb+Vodafone
Fastweb ha investito in un supercomputer per l’IA. Perché una telco dovrebbe farlo?
«Siamo tra le prime telco in Europa a dotarsi di un supercomputer e l’unica in Italia ad averlo fatto. Non c’è contraddizione: il nostro mestiere è costruire e far funzionare infrastrutture critiche per la trasformazione digitale, e l’IA è una parte fondamentale dell’equazione. Il nostro obiettivo è avere una filiera completa nazionale da mettere a disposizione di tutti i settori per garantire la sicurezza dei loro dati. Il nostro supercomputer, la FastwebAI Factory, è un sistema Nvidia collegato in fibra alla nostra piattaforma cloud. Oggi si inserisce in una rete fatta di quattro data center e dieci nodi edge, protetta da quattro Security Operation Center. Su questa base abbiamo addestrato Miia, il nostro modello linguistico in italiano, e il nostro personal agent Ross».
Perché bisogna parlare di sovranità di calcolo?
«Significa che non basta sapere dove stanno i dati, bisogna sapere dove, da chi e come vengono elaborati e chi può accedervi. Se i dati sono su un’infrastruttura fuori dal nostro perimetro giuridico, perdiamo il controllo, anche quando l’archivio è formalmente in Europa. Non è una questione ideologica ma una esigenza concreta: una banca, un ospedale o una Pa che vogliono usare l’IA su informazioni sensibili devono sapere dove girano i modelli, chi li gestisce e quali norme si applicano. Un operatore europeo, soggetto alle regole europee e radicato sul territorio, può dare queste garanzie. Non parlo di chiusura né di alternativa ai grandi fornitori globali, con cui continueremo a collaborare ma di riequilibrio. L’alternativa che mettiamo a disposizione è un valore per le aziende che richiedono più controllo sui dati».
L’Europa sta costruendo le sue factory legate all’IA. Che cosa serve perché l’Italia non resti indietro?
«È un bene che l’Italia e l’Europa abbiano messo l’IA tra le priorità industriali. Dal mio punto di vista servono tre cose per costruire progetti di successo: un approccio aperto che metta insieme tutte le eccellenze; valorizzare le capacità operative già esistenti e creare una massa critica sul lato della domanda, perché il progetto è sostenibile se c’è chi usa l’infrastruttura. Bisogna creare le condizioni per indirizzare la domanda di potenza di calcolo verso fornitori europei ed evitare di frammentare l’offerta. L’unione in questo caso fa veramente la forza».
A livello più ampio, l’Europa sta puntando su politiche di preferenza per cloud e AI europee. È una strategia efficace?
«Servono politiche per creare una domanda adeguata, ad esempio un principio di preferenza europea negli acquisti pubblici digitali, il “Buy European”. Il potere tecnologico di Stati Uniti e Cina è stato costruito negli anni proprio facendo leva sul mercato interno. Indirizzare la domanda verso infrastrutture europee crea la condizione per l’emergere di campioni continentali. È l’unico modo per recuperare il gap».
Che misure servono per sostenere gli investimenti europei?
«Le telco europee hanno competenze e infrastrutture per competere con le Big Tech. Ma manca la scala, e in Italia la situazione è ancora più critica perché il settore ha perso marginalità e capacità di investimento. Servono politiche per invertire questa tendenza e incentivi per spingere gli investimenti».
Perché il pubblico dovrebbe preoccuparsi della sostenibilità di una telco?
«Purtroppo, i fatturati saranno miliardari, ma l’intero settore non crea valore, a stento riesce a ripagare gli oneri finanziari sui debiti. Se i ricavi non bastano a coprire i costi di un’infrastruttura resiliente, sicura e aggiornata c’è un problema per il Paese, non solo per gli azionisti. Ed è quello che è successo negli ultimi anni. Il tema non è “come stanno le telco”, ma “come sosteniamo le infrastrutture digitali sicure di cui l’Italia ha bisogno”».
Cosa possono fare il governo italiano e le istituzioni europee?
«Il tema delle frequenze mobili è centrale: il settore sta chiedendo un rinnovo non oneroso ma legato a specifici obblighi di investimento. Non è un tema “tecnico”, non riguarda le modalità di assegnazione dello spettro ma la sostenibilità del settore. È una grande occasione per avviare un nuovo ciclo di investimenti che sostenga il traffico IA, la resilienza e la sicurezza delle reti, supportando innovazione e livello occupazionale dell’industry. Una “win-win” per tutti. E poi regole e scelte di policy che realizzino un bilanciamento complessivo tra stimolo alla competizione, tutela degli utenti e remunerazione degli investimenti. Negli ultimi anni c’è stata una forte attenzione ai primi due obiettivi a scapito dell’ultimo. È l’ultima chance per invertire la rotta».
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