Nel 1928 René Magritte si trova a Parigi dove frequenta il circolo dei surrealisti, in particolare il filosofo e scrittore Paul Nougé. Ed è proprio in quell'anno che il pittore belga dipinge The False Mirror (il nome gli è stato suggerito da Nougé): una tela occupata da un grande occhio aperto la cui iride è un cielo azzurro con qualche nuvola.
Una provocazione per descrivere come la visione umana è fortemente soggettiva, rispetto a quella di uno specchio che invece riflette la realtà. Ma se nella storia e nella filosofia questo gioco tra sguardo umano e pura realtà è ancora valido, la scienza potrebbe invece cambiare le nostre percezioni. Una ricerca guidata dall'ingegnere Aydogan Ozcan della University of California, Los Angeles, ha ottenuto uno specchio in grado di manipolare la luce e riflettere un'immagine diversa da quella che dovrebbe naturalmente riflettere. Il team, di cui fanno parte anche i ricercatori Yuhang Li, Shiqi Chen e Bijie Bai, lo ha chiamato «lying mirror», specchio bugiardo. Non usa telecamere, sensori o processori. È una superficie passiva, composta da 120 elementi per 120 che modulano la fase della luce, disegnata attraverso reti neurali.
IL MECCANISMO
Prende qualsiasi immagine gli venga mostrata e la trasforma sempre nella stessa immagine, decisa in anticipo dai ricercatori. «Uno specchio bugiardo è un elemento ottico passivo. Prende qualsiasi schema di luce lo colpisca e lo trasforma in un'immagine ingannevole», dice Ozcan a MoltoFuturo. Il gruppo ha addestrato tre versioni dello specchio, una per dataset: Fashion-MNIST (vestiti e accessori), MNIST (cifre scritte a mano) e QuickDraw (disegni stilizzati).

Nei test su immagini mai viste durante l'addestramento, i tre modelli hanno raggiunto un valore di correlazione con l'immagine bersaglio di 0,97, 0,97 e 0,95. Con dataset completamente diversi da quelli usati per l'addestramento, il valore scende a 0,84, 0,85 e 0,92: peggiore, ma comunque sufficiente a produrre l'inganno. Nella versione sperimentale con luce visibile, la superficie strutturata ha 150 elementi per 150. Il team ha selezionato dieci cifre scritte a mano mai usate nell'addestramento e le ha illuminate con luce rossa, verde e blu, a 600, 550 e 480 nanometri. In ogni caso lo specchio ha restituito la stessa immagine: un otto scritto a mano. Le applicazioni che i ricercatori indicano nel paper riguardano soprattutto difesa e sicurezza: nascondere la posizione reale di equipaggiamento o personale, sostituire l'immagine di un oggetto sensibile con quella di uno sfondo qualunque, rallentare l'identificazione di un bersaglio. Non è un'idea isolata. Da anni gruppi di ricerca in Cina, Corea del Sud e negli Stati Uniti lavorano su metamateriali per camuffare mezzi militari nel visibile, nell'infrarosso e nel radar. Lo specchio di Ozcan si inserisce in questo filone, con una differenza: non ha bisogno di corrente né di calcolo digitale, il che lo rende più difficile da individuare e disattivare rispetto a un sistema elettronico.
LO SVILUPPO NELLA DIFESA
La ragione per cui la difesa guarda con interesse a questo tipo di ricerca si capisce osservando l'Ucraina. Il generale David Petraeus ha descritto una «zona di morte» estesa per circa 35 chilometri su entrambi i lati del fronte, dove satelliti, droni e sensori riducono a pochi minuti il tempo tra l'avvistamento di un bersaglio e il colpo che lo raggiunge. Anche l'esercito americano ne ha tratto le conseguenze: il nuovo sistema di comando Next Generation Command and Control, testato a maggio a Fort Carson, punta a disperdere i posti di comando su chilometri di terreno e renderli mobili, invece di concentrarli in un unico punto facile da colpire, come è accaduto ai comandi russi individuati dagli ucraini. Uno specchio capace di ingannare un sensore ottico senza consumare energia è esattamente il tipo di tecnologia che la ricerca militare sta cercando. È lo stesso Ozcan però a indicare il limite della tecnologia. «La trasformazione è deterministica, governata da equazioni fisiche, non da una chiave crittografica che cifra i dati digitalmente. Se un avversario riesce a caratterizzare con precisione il profilo della superficie, può invertire il modello matematico e ricostruire l'immagine originale, a patto di avere accesso allo specchio stesso o a un duplicato preciso», dice il ricercatore.
L'inganno si può decifrare, ma solo mettendo le mani sull'oggetto che lo produce, una condizione che in un contesto di combattimento rende la protezione più solida di quanto possa sembrare.
Lo studio, pubblicato su Nature Communications il 7 agosto scorso, è finanziato dal Koc Group, conglomerato industriale turco legato alla famiglia Koç che negli anni ha già premiato Ozcan, di origine turca, dalla Volgenau Chair for Engineering Innovation, la cattedra che lo stesso Ozcan occupa alla UCLA, e dal V.M. Watanabe Award, riconoscimento assegnato ogni anno dalla scuola di ingegneria Samueli della UCLA ai propri ricercatori più meritevoli, vinto da Ozcan nel 2024. Il salto concettuale è quello suggerito da Magritte quasi un secolo fa, senza saperlo: uno specchio non è più garanzia di realtà. Può essere programmato per mentire, e lo fa senza bisogno di intelligenza, solo con la fisica della luce.
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