Gabriele Salvatores: «L'IA è tecnica e l'uomo sorprende»

Gabriele Salvatores, le intelligenze artificiali, se le era immaginate gentili. Entità digitali educate e malinconiche, con gli occhioni grandi di Diego Abatantuono, sospese a metà tra il mondo degli uomini e quello delle macchine.

 

Correva il 1997 e il suo Nirvana – splendido esempio di cyberpunk all’italiana – assorbiva tutte le energie dell’internet degli esordi, immaginando un futuro altamente digitalizzato in cui il personaggio di un videogioco prendeva all’improvviso coscienza di sé. Quasi trent’anni dopo, Salvatores è alla guida di una giuria, quella del Reply AI Film Festival (con lui, tra gli altri, i registi Rob Minkoff e Catherine Hardwicke), che alla prossima Mostra di Venezia premierà i migliori cortometraggi realizzati con l’intelligenza artificiale. Le IA, da allora, si sono evolute. E la rete, già da un pezzo, non è più un Nirvana.

L’ingresso di Martin Scorsese nel mondo dell’intelligenza artificiale ha attirato gli strali di Hollywood, che l’ha accusato di aver voltato le spalle agli artisti: si aspetta altrettanta diffidenza?
«No, perché anche se presiedo una giuria di corti in IA, resterò sempre dell’idea che sia fondamentale lavorare con attori in carne e ossa. Il problema non è solo etico, ma anche personale. Il cinema per me è un lavoro collettivo. Come diceva Miles Davis quando gli chiedevano perché avesse scelto di lavorare con John Coltrane: “Non voglio un sassofonista, voglio uno che cambi la mia musica”. Il compito di un attore non è solo quello di fare ciò che hai in mente, ma anche di sorprenderti».

Le IA non possono farlo?
«Le IA si basano sul passato, su quello che le insegniamo e su quello che già c’è».

Anche la nostra conoscenza si basa sulle nozioni che apprendiamo. O no?
«Sì, ma le macchine non conoscono il dubbio. E dunque non possono inventare. L’invenzione è umana: qualcosa che non c’era e che non sapevamo, che a un certo punto nasce».

Cosa le è piaciuto di questi corti? 
«Dal punto di vista tecnico sono incredibili. Ho preferito concentrarmi su quelli che sviluppavano un discorso psicologico, per capire se e come riuscissero a lavorare sul piano delle sfumature di senso. Ho cercato di capire se fosse possibile confondere realtà e IA».

E che conclusione ha tratto?
«Che è assolutamente possibile fare confusione. Questi avatar sono straordinari. Eppure, guardandoli, ho sempre avvertito qualcosa di diverso, di non vero. Anche se tecnicamente impeccabili. Sul tema resto molto interessato, ma col giusto atteggiamento critico».

Ha mai usato l’IA in un film?
«In Napoli-New York, per ricostruire alcune parti di scenografia, e una panoramica di New York che vediamo quando i due protagonisti arrivano in città. Tutto realizzato con la supervisione di scenografo e art director. Nel prossimo film (La variante di Luneburg, in preparazione, ndr) ci sarà un campo di lavoro nazista: probabilmente ne ricostruiremo le torrette in IA. Usato così, è un formidabile strumento tecnico in più».

Tilly Norwood, la prima “attrice” creata con l’IA avrà un film tutto suo, si intitolerà “Misaligned”. Ci lavorerebbe?
«No. È solo un’operazione di marketing. Non farò mai un film con un attore finto».

E con uno invecchiato o ringiovanito con IA?
«Qui il discorso è diverso: dietro alla magia di Avatar, per esempio, ci sono attori veri. “Non è la mia tazza di tè”, come dicono gli inglesi. Ma lo capisco e lo accetto di più».

Ha mai avuto voglia di tornare sul tema di “Nirvana”?
«Più di una volta. Uno dei corti affronta proprio il problema della confusione tra realtà e finzione: parla di un uomo che lavora a Wall Street, ma a un certo punto si accorge che le sue azioni sono guidate, e che vive in una realtà non vera. Un tema che mi interessa da sempre. “La vita è un sogno”, da Shakespeare in poi».

Mai provato ad abbozzare il copione di un film con l’IA?
«Una volta ci ha provato la mia agente, per gioco. Si è divertita a chiedere a un’IA quale potesse essere il prossimo film di Salvatores. È venuto fuori un pasticcio su dei migranti alla Napoli-New York in viaggio che si trovano catapultati in un’altra dimensione alla Nirvana».

Ci ha mai parlato, con una IA?
«No, è inutile. Non ti dirà mai niente di nuovo, niente che non sai. È come guardarsi allo specchio: vedi il tuo riflesso e lo interpreti un po’ come ti pare».

Che ne è stato della libertà del web dei tempi di “Nirvana”?
«Quel film centrò un momento particolare della storia di internet. I programmatori erano ex artisti, alcuni di loro erano hippie. Ricorda? Il simbolo di Apple era una mela con i colori dell’arcobaleno. Internet, nata come tecnologia militare, era diventata un territorio da esplorare, un’agorà, un’utopia di comunicazione e libertà che nasceva direttamente dagli anni Settanta».

E adesso?
«Adesso è un supermercato, uno strumento per influenzare e controllare. Noi umani dobbiamo tenere gli occhi aperti».

Come immagina il futuro?
«Mi auguro che le cose cambino. Non sono cattolico, ma sono stato sorpreso dall’enciclica del Papa sulle IA e sulla necessità di mantenere l’uomo al centro delle cose. Non chiude alla possibilità dell’interazione. Vede, la tecnologia non è cattiva o buona: dipende da come la usi. Come film-maker e come esseri umani».

Ci stiamo condannando alla solitudine?
«No. Guardi il teatro, guardi i concerti: l’interazione umana dal vivo è un rito cui l’uomo non potrà mai rinunciare. E le IA non potranno mai creare un rito».

Ne è sicuro?
«Sì. Perché non solo non conoscono il dubbio, ma nemmeno l’imprevisto».

Gli androidi di “Blade Runner” dubitano. Il suo personaggio in “Nirvana” dubita.
«E infatti, in quel momento si risvegliano. Solo allora diventano autonomi. Ma finché non avremo un algoritmo autopensante, non accadrà mai».

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